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Storie di calcio. Riapre la Curva Nord dello Iacovone il cuore ultras del Taranto

Pubblicato il 31 agosto 2013 da Fulvio Paglialunga
Categorie : Pallone mon amour

curva nord tarantoC’è che mancava un pezzo e si vedeva, si sentiva. C’è che lo stadio non era lo stesso, perché quando si gioca a pallone scorre vita e scorrono sentimenti, e vita e sentimenti si sviluppano nei posti giusti, nei loro posti, dove tutto ha un senso perché tutto così è nato o così è cresciuto. Lì, in Curva Nord, si sono formate generazioni di militanti del tifo, si sono create comunità, sono nate amicizie e forse pure storie d’amore. La più grande, in ogni caso, delle storie d’amore è quella con il Taranto, perché è vero che non è il settore che conta quando il colpo di fulmine arriva, ma è vero anche che in Curva tutto diventa “di più”.
Non tornano gli ultras, perché non se ne sono mai andati. Tornano però ad avere una casa tutta per loro, dopo essersela vista sottrarre un pezzo per volta senza potersi opporre, se non mostrando che loro resistono, qualunque cosa accada. L’ultima volta che la Curva Nord è stata aperta in tutta la sua capienza era il 27 aprile 2008, si giocava Taranto-Sangiovannese, Raikkonen vinceva a Montmelò e con Massa firmava la doppietta Ferrari, il Sassuolo arrivava per la prima volta in serie B, a Roma iniziava il ballottaggio tra Alemanno e Rutelli per il posto di sindaco, due settimane prima Berlusconi aveva ri-vinto le elezioni e si apprestava a formare il Governo e per di più eravamo a una settimana dai playoff per andare in B, che se non fosse stato per l’Ancona e un po’ di sciagurata supponenza chissà adesso, ma vabbè.
Poi, le limitazioni, la restrizione, i collaudi, la chiusura dell’anello inferiore, la chiusura totale, la demolizione del piano di sotto, la ricostruzione e questo tifo forte ugualmente e bello alla pari, ma nomade per una costrizione che non negava l’esistenza della passione e anzi la ribadiva, ma non poteva guardare a cuor leggero quello spazio vuoto, che era il “suo” spazio. Quello più vicino al campo, quello che negli anni è diventato involontario simbolo del grigiore – proprio come i gradoni vuoti – verso il quale scivolava il calcio di questa città, segnato dall’abbandono progressivo di Blasi e le mirabolanti promesse di D’Addario (che si disse pronto, appena arrivato, a rimettere il settore a posto con i suoi soldi, era l’estate del 2009) finite con la sparizione e la ri-partenza.
Ma giacché nulla accade per caso, ecco che qualcosa torna a spiegarsi, dopo l’erosione di quel pezzo di stadio su cui invece bisognava investire coincisa con l’erosione della credibilità dei titolari del pallone: l’anno scorso è stato di demolizione (del settore, del fastidioso passato societario) e di ricostruzione (gradone dopo gradone, e socio dopo socio).

E quest’anno è il tempo di tornare ognuno al posto giusto, perché adesso sembra tutto nuovo (e i gradoni lo sono, e la società praticamente pure) e dunque se davvero è il momento di guardare con ottimismo è il tempo giusto per cullare sogni, occupare posti e individuare una vera e bella casa anche per il calcio delle parti nostre.
Quella che ieri sembrava una formalità ammantata di burocratese è diventata una notizia di quelle che bastano per rimettere di buonumore. Domani si può entrare in Curva, andare al piano di sotto, vederlo nuovo e coprirlo di buoni sentimenti, regalando un’altra idea, segnalando la normalità e aggiungendo bellezza perché anche l’estetica ha il suo ruolo quando si è in uno stadio e quei gradoni disadorni per 1.953 giorni (un bambino nato il giorno di Taranto-Sangiovannese quasi può andare da solo a vedere la partita) imbrattavano la vista. E allora la fila di ieri alle prevendite, i messaggi di liberazione e la sensazione che una lunga attesa sia finita sono già una buona notizia. Poi verrà il campionato e chissà, ma intanto tutte le migliori intenzioni hanno la possibilità di mostrarsi. Certo, i numeri sono inferiori rispetto ai sogni di smisurata grandezza, epperò c’è una gran voglia di ricomporli insieme, partendo da questo campionato che permette il doppio salto e amplifica le aspettative. Non sono questi – lo dice la storia degli ultimi anni – i tempi del muro unico, compatto, rigido, caldo, impenetrabile. Ma torneranno, se gli dei del pallone lo vorranno.

* dal Corriere del Giorno

Di Fulvio Paglialunga

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