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Messa in latino. “Autoreferenziali”: l’accusa del Commissario ai frati tradizionalisti

Pubblicato il 29 agosto 2013 da Fernando Massimo Adonia
Categorie : Cronache

messa-in-latinoPrima, e tanto attesa, comunicazione ufficiale del commissario dei Frati dell’Immacolata, l’ordine di religioso passato di recente agli onori delle cronache per le limitazioni imposte dalla Santa sede circa l’utilizzo dell’antico messale in latino. Una decisione, avallata da Papa Francesco, che ha suscitato notevoli polemiche fuori e dentro il recinto dei cattolici tradizionalisti. Il testo diffuso, che porta in calce la data differita del 31 Agosto 2013, è il messaggio che Padre Fidenzio Volpi rivolgerà ai nuovi frati che sabato prossimo pronunceranno solennemente i voti perpetui. Un documento sicuramente importante e a suo modo programmatico, da leggere ovviamente sullo sfondo degli ultimi eventi riguardanti la congregazione religiosa. Un passaggio, in particolare, vale come un vero e proprio atto di accusa contro lo stile di vita, parecchio sensibile ai dettami della tradizione cattolica, degli stessi frati: “Una delle problematiche centrali – scrive Volpi – viene dalla minaccia di una certa autoreferenzialità, cioè nel desiderio di sottolineare a tutti i costi la propria peculiarità caratterizzante. Ritengo invece – continua il commissario dei Frati dell’ Immacolata- prova certa di maturità cercare di superare tale atteggiamento, riconoscendo con spirito umile e francescano l’edificazione della Chiesa come referente ultimo della propria esperienza carismatica”.

Barbadillo vi propone il testo integrale del Messaggio:

“Carissimi giovani,

nella Bibbia si leggono due episodi che si intonano felicemente con quanto celebrerete nella chiesa del vostro Istituto a Tarquinia.

Il primo avvenne sulle rive del Giordano, allorché, dopo l’interminabile viaggio nel deserto, Giosuè chiese alla gente di scegliere chi volesse servire: “Scegliete il Signore o gli dei oltre il fiume, cioè gli dei stranieri? (Gs24.15). Sappiate che, scegliendo il Signore, scegliete il liberatore, il salvatore, colui che vi è vicino perché popolo di cui ha preso e prende cura gratuitamente, di cui vuole la vera libertà. Se scegliete lui, sappiate, però, che Egli è un Dio geloso ed esigente: assicura fedeltà, ma chiede fedeltà.

Gli dei stranieri, quelli oltre il fiume, non sono esigenti; non disturbano la vita comoda e tranquilla: promettono felicità a buon mercato; aprono strade larghe davanti ai vostri passi. Poi, però, scoprirete che quella felicità facile e a poco prezzo è illusoria: che è una nuova schiavitù, più penosa di quella conosciuta in Egitto”.

Il secondo episodio si legge nel capitolo sesto del Vangelo di Giovanni, e si riferisce a quanto avvenne più o meno accanto alle stesse acque del Giordano che per gli Ebrei sembravano scaturire dal Paradiso. Racconta di Gesù che, vedendo molti ascoltatori allontanarsi da Lui perché – secondo loro – aveva usato un linguaggio troppo duro, chiese agli Apostoli: “Volete andarvene anche voi?” (Gv6,67). E’ come se avesse detto: fate la vostra scelta! Pietro, che non si aspettava quella domanda, guardò gli apostoli che gli stavano vicino, e prima che qualcuno potesse dare una risposta avventata, sbagliata, rispose: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna, noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio” (Gv6,68-69).

Miei cari giovani, Pietro ha risposto a nome di tutti, quindi anche a nome vostro, poiché non avrete scelto Colui che vi ha chiamato con parole eterne, rivelandovi che camminare sulle orme lasciate dal Santo di Dio è la decisione più bella di tutta la vita.

La professione religiosa che emetterete, e a cui vi siete preparati con la serietà propria del vostro Istituto, è infatti la risposta ad una scelta. Scelta generosa e impegnativa, perché scegliere il Signore, cioè il Tutto, il Bene sommo, la bellezza infinita, la verità assoluta, è quanto di più bello e di più grande si possa desiderare. Ho detto risposta perché sapete meglio di me che non siete stati voi a scegliere il Signore, ma è stato Lui a scegliere voi perché vi ama di un amore tutto particolare, un amore di predilezione, un amore che va oltre ogni umana immaginazione. Il “sì” che pronuncerete con la formula della professione è la risposta ad un’iniziativa di Dio.

Decidete di seguire Gesù nella via della castità, dell’obbedienza, della povertà e del voto mariano. Volete essere talmente uniti a lui da imitarlo in queste opzioni fondamentali della vita. Con i voti che emetterete vi impegnate ad essere sua trasparenza rivelando il suo volto casto, obbediente e povero. Chi vede voi deve poter vedere Cristo: Cristo casto, perché ama di un amore puro e senza riserve fino alla donazione di sé; Cristo obbediente perché si abbandona alla volontà liberante del Padre; Cristo povero perché la vera ricchezza non sono i beni materiali, ma i valori del Regno. Il voto mariano perché avete scelto di andare missionari che è il desiderio particolare del Santo Massimiliano M. Kolbe.

Il Beato Egidio di Assisi, terzo compagno di S. Francesco, riassumeva questa idea in un detto popolare, derivato dalla sua saggezza contadina: “Chi più ama, più brama”. Con ciò si intende dire che più si ama Dio, più si bramano le sue ricchezze che sono, secondo quanto ha scritto S. Bonaventura nell’ Itinerario della mente in Dio, “frutto che nessuno conosce se non lo riceve; né lo riceve se non chi lo desidera, né lo desidera se non chi è infiammato dallo Spirito Santo”. La vocazione religiosa è uno di questi frutti che matura con la professione che state per emettere.

Permettete, ora, che faccia un cenno all’Istituto cui vi aggregate. So bene che esso è sorto alle porte del Terzo Millennio come risposta al decreto conciliare Perfectae caritatishe invita i religiosi ad un “ritorno alle fonti”. Oltre alla Regola bollata del I Ordine dei Frati Minori, voi professate la Traccia mariana di vita francescana che ne è l’espressione mariana, la cui eredità spirituale voi avete accolto pienamente e vivete nelle Case Mariane e nelle Case dell’Immacolata, impegnati nell’uso dei mezzi moderni della comunicazione (televisione, radio), nell’attività religiosa-sacerdotale e in quella missionaria.

Molto bene; me ne compiaccio con tutti. Anche voi siete testimoni della varietà dei carismi di cui parla S. Paolo (1 Cor 12,4), effusi dallo stesso Spirito e che quindi non possono contraddirsi tra loro. Vita consacrata e nuovi soggetti ecclesiali sono forze vive dello Spirito della Chiesa; forze che piacciono ai giovani per la freschezza del fenomeno, per la presenza autorevole dei fondatori, per l’agilità di strutture organizzative non ancora complesse. Tuttavia mi tornano in mente le parole che il B. Giovanni Paolo II il 30 maggio 1998 rivolse ai responsabili delle nascenti forme di VC: “La nascita di nuovi Istituti e la loro diffusione ha recato nella vita della Chiesa una novità inattesa, e talora persino dirompente. Ciò non ha mancato di suscitare interrogativi, disagi e tensioni; talora ha comportato presunzioni e intemperanze da un lato, e non pochi pregiudizi e riserve dall’altro. E’ stato un periodo di prova per la loro fedeltà, un’occasione importante per verificare la genuinità dei loro carismi. Oggi si apre davanti a voi una tappa nuova: quella della maturità ecclesiale. Ciò non vuol dire che tutti i problemi siano risolti. E’, piuttosto, una sfida; una via da percorrere. La Chiesa si aspetta frutti di comunione e di impegno”.

Una delle problematiche centrali a mio avviso, viene proprio dalla minaccia di una certa autoreferenzialità, cioè nel desiderio di sottolineare a tutti i costi la propria peculiarità caratterizzante. Ritengo invece prova certa di maturità cercare di superare tale atteggiamento, riconoscendo con spirito umile e francescano l’edificazione della Chiesa come referente ultimo della propria esperienza carismatica.

Il teologo Von Balthasar in un saggio sulla spiritualità (Verbum Caro) sosteneva che quando una realtà religiosa ed ecclesiale si preoccupa essenzialmente di distinguersi dagli altri ponendo le proprie convinzioni come unica eccellenza a cui fare riferimento, è segno di una chiusura che non può che danneggiare il futuro stesso della Chiesa. Come potrebbe esserlo, aggiungo io, una certa confusione tra i fini ed i mezzi, per cui i testi, i suggerimenti, gli atteggiamenti o le parole dei fondatori potrebbero essere considerati più decisivi dell’insegnamento del magistero quando se non addirittura non degli stessi testi biblici. In questo caso il movimento che si professa ufficialmente come una mediazione verso una forma nuova di evangelizzazione, ne diventa il sostituto.

Ascoltate questo aneddoto: un papà guardava un giorno il suo bambino che cercava di spostare un vaso di fiori molto pesante. Il piccolino si sforzava, sbuffava, brontolava, ma non riusciva a smuovere il vaso neppure di un millimetro.

“Hai usato tutte le tue forze?”- gli chiese il padre.

“Sì” rispose il bambino.

“Non è vero – ribatté il padre – perché non mi hai chiesto di aiutarti”.

Cari giovani e cari confratelli: spostiamo tutti insieme il vaso verso la luce di Dio per capire ciò di cui ha bisogno e per far esplodere in una variopinta spalliera di colori i suoi fiori gonfi ancora di linfa celeste.

P. Fidenzio Volpi, ofmcap (Commissario apostolico)”

Di Fernando Massimo Adonia

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