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Il caso. A Pola non si può chiedere giustizia per i crimini degli infoibatori

Pubblicato il 27 agosto 2013 da Francesco Filipazzi
Categorie : Cronache

esuliDa qualche anno a questa parte, a Pola, si ricorda in un clima abbastanza pacifico la strage di Vergarolla, lì avvenuta nel 1946. Quest’anno però la cerimonia, a cui presenziavano autorità del Friuli Venezia Giulia, un funzionario dell’ambasciata italiana a Zagabria e le associazioni degli esuli, si è surriscaldata, in quanto un gruppo di esuli ha esposto uno striscione in cui si chiedeva giustizia per gli italiani ammazzati dai titini.
Subito è scoppiata una lite – raccontata da Fausto Biloslavo su Il Giornale – con la polizia croata che ha fatto rimuovere lo striscione, con le associazioni degli esuli che hanno preso le distanze dal gesto e alcuni personaggi che si sono messi a urlare “morte ai fascisti, viva il comunismo”. Insomma, uno scenario che non sembra molto “pacificato”, in cui l’atmosfera si infiamma per uno striscione apparentemente innocuo.

La strage di Vergarolla, in effetti, non è forse l’episodio migliore da utilizzare nell’ambito della dialettica di pacificazione, perché simboleggia, per così dire, la notifica dello sfratto titino ai danni degli italiani che vivevano in quelle terre. Il fatto avvenne 67 anni fa, nel giorno in cui si stava per svolgere una gara di nuoto, la Coppa Scarioni, che per gli italiani simboleggiava un legame con la propria storia, nell’unica zona della Jugoslavia non ancora controllata dai comunisti di Tito. Sulla spiaggia gremita di spettatori, esplosero ventotto mine, uccidendo decine di persone. Non si conosce il numero esatto delle vittime perché alcune vennero letteralmente polverizzate. In Italia la notizia venne data in modo scorretto, con l’Unità che incolpò gli angloamericani e il resto della stampa poco interessata all’episodio. I colpevoli dell’azione terroristica di fatto erano i macellai titini, ma non vennero mai puniti. Una storia tipica di quel periodo, in cui molti nostri connazionali, per sfuggire alla furia delle persecuzioni fuggirono. Appaiono quindi innaturali gli atteggiamenti di chi stigmatizza l’esposizione dello striscione di cui sopra, così come sono fuori dal tempo le frasi del vicesindaco di Roma che recentemente ha dichiarato che “Roma non commemorerà le foibe”.

Di Francesco Filipazzi

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