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Nino Benvenuti, campione a Roma 1960: “L’oro olimpico esalta l’orgoglio di un popolo”

Pubblicato il 30 luglio 2012 da Michele De Feudis
Categorie : Rassegna stampa

L’oro olimpico? «È un sogno. La gioia più grande per uno sportivo. Libera energie in tutta la nazione. Ha un valore patriottico che va al di là della competizione: esalta l’orgoglio di un popolo». Nino Benvenuti, indimenticabile campione del pugilato italiano, ha conquistato la medaglia d’oro nei pesi welter nell’Olimpiade di Roma del 1960. Classe 1938, istriano, cuore tricolore, si emoziona ancora quando racconta il trionfo nella Città Eterna. Una ricostruzione degli avvenimenti del tempo è raccolta nel libro “L’oro dei gladiatori. Roma 1960. La magica Olimpiade della boxe italiana” (edizioni Vallardi) di Dario Torromeo. La medaglia d’oro di Roma fu rubata a Benvenuti durante un viaggio in treno ma due anni fa il Cio, nel cinquantennale dell’evento celebrato al Quirinale, gli ha donato una copia dell’originale.

Benvenuti, lei ha vinto in carriera tanti titoli. Che valore ha, tra i tanti successi sul ring, quello conquistato nell’Olimpiade di Roma nel 1960?

Il primo in assoluto. Era il mio sogno fin da piccolo. Volevo partecipare ad un’Olimpiade. Ci sono riuscito, ho gareggiato in una competizione con i cinque cerchi e l’ho vinta, ricevendo anche la Coppa Val Barker (riservata al pugile che aveva espresso la migliore tecnica n.d.r.).

Quest’ultimo premio era ambito anche da Cassius Clay…

L’americano non era ancora famoso, aveva appena diciotto anni ma si dimostrò un grandissimo pugile. Dominò tra i mediomassimi. Era un ragazzo poco più giovane di me, non ancora lo spavaldo campione che avete imparato a conoscere. Nessuno di noi poteva immaginare che entrambi saremmo entrati nella storia della boxe.

Quale fu l’iter sportivo che la portò a conquistare l’oro?

Facevo parte della squadra nazionale dal 1955. Avevo fatto più incontri di tutti, vincendo sempre e meritando di poter far parte della delegazione azzurra per Roma 1960. Avrei dovuto partecipare anche all’Olimpiade di Melbourne del 56. Nel periodo delle selezioni, non avevo ancora 18 anni. L’allora commissario tecnico, l’americano Steve Klaus, nonostante le mie rimostranze, preferì lasciarmi a casa. Ero troppo giovane. E fece bene. Il pugilato non è il tennis, i pugni presi non fanno esperienza, sono pugni presi e basta.

Come definirebbe la vittoria olimpica?

Un alloro sull’oro. La medaglia più importante, vinta nella Capitale. Nella mia patria. È stata una gioia immensa.

Salire sul ring per la propria nazione. Ha un senso differente sul piano sportivo rispetto ad altri incontri?

C’è maggiore responsabilità. Rappresenti il tuo popolo. L’impegno è superiore. Quello che riesci a dare in una competizione olimpica è di molto superiore a tutte le altre occasioni che capitano in carriera.

Londra 2012. Il pugilato italiano è in salute?

È sempre vivo e sempre claudicante. Al momento abbiamo dei nomi che ci tranquillizzano. Tre sono reduci dal podio di Pechino: Roberto Cammarelle con l’oro, Clemente Russo con l’argento e Vincenzo Picardi con il bronzo. Sono fiducioso anche per Manuel Cappai, ci potrebbe sorprendere. Poi c’è Vittorio Parinello: ci farà vedere delle cose straordinarie. Non parte favorito e può realizzare per questo le cose migliori…

Avremo in gara sette pugili, il “Settebello” con i guantoni. Su chi punterebbe?

Scelgo Cappai: dovrà sfidare i minimosca orientali, soprattutto filippini. Noi facciamo fatica a rientrare in quel peso. Morfologicamente siamo cresciuti ed è difficile essere nei parametri conservando le migliori condizioni fisiche. Infine credo nel riscatto di Domenico Valentino: avrei puntato tutto su di lui. Ma non ha fatto negli ultimi tempi quello che sa. E’ andato al di sotto delle aspettative che il movimento pugilistico italiano aveva nei suoi confronti. Vorrei ci stupisse in Inghilterra.

Cammarelle e Russo dovrebbero passare tra i professionisti?

Prima lo si faceva per la carriera e perché era una scelta che portava guadagni maggiori rispetto alle borse da dilettante. Ora tutto è diverso. Da dilettante un pugile può vivere bene, senza tanti sacrifici e senza i rischi che deve correre un professionista. Il professionismo ha meno appeal per chi ha fatto bene da dilettante. In passato non sarebbe mai successo.

In tempi di crisi per l’Italia le gioie sportive, in particolare quelle olimpiche, che effetto potrebbero avere sul paese?

L’Olimpiade è un palcoscenico visto da tutto il mondo. Nessuna attività sportiva ha una simile attenzione globale. Vincere un oro a Londra significherebbe avere il mondo che ti guarda. Quindi una vittoria olimpica è il massimo. Non solo per il pugile e il pugilato ma per l’intera nazione. Un oro non è solo un trofeo per l’atleta ma un premio all’Italia intera.

Tagli di fondi allo sport. Ma non è una priorità nazionale?

La politica dovrebbe pensare con molta attenzione ai fondi dello Sport. Soprattutto a quello olimpico. Da Londra possiamo ricavare sul piano del benessere sociale molto più di quanto si ottiene da altre operazioni di promozione dell’Italia.

L’ultima domanda. Cosa ricorda della giornata romana di cinquantadue anni fa quando vinse l’oro?

Ci fu un entusiasmo come non l’avevo mai visto prima. Giorni e giorni di feste. L’Italia si era risvegliata più orgogliosa delle proprie potenzialità. L’Olimpiade generò energie che poi furono il volano del boom economico.

Intanto la seguiremo nei commenti per la Rai…

Commenterò le gare per Tv di Stato con Mario Mattioli. Speriamo di essere testimoni di nuovi trionfi azzurri.

Di Michele De Feudis

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