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La storia. Il surreale decalogo del Liverpool con gli insulti ‘illegali’ per i tifosi

Pubblicato il 15 agosto 2013 da Giovanni Vasso
Categorie : Pallone mon amour

mamma cassanoClamoroso a Liverpool: il club impone il politicamente corretto e consegna una lista di parolacce proibite. Fuori e dentro l’Anfield Road che rischia di diventare il primo stadio del mondo in cui non si potrà più urlare ai calciatori: “Fai l’uomo!”. Che prima di andare alla Kop occorrerà sorbirsi un corso di galateo?

A pensarci bene, leggendo la lista di proscrizione redatta nel borioso ‘motu proprio’ emesso dagli eccellentissimi proprietari dei Reds, buona parte dello stesso lessico politico italiano si troverebbe in fuorigioco. Dal mefistofelico ‘Nano’ al radioso ‘Meticcio’: tutti termini tabù, senz’appello. Manco la Kyenge potrebbe rimanere allo stadio senza subire il rimprovero degli stewart. Incredibile.

Ma cominciamo dal principio. E’ stata tutta colpa di un maledetto centravanti. Giorni fa, dopo l’ennesima contestazione all’aspirante ‘traditore’ Luis Suarez che vuole abbandonare i Reds per andare a giocare la Champions con la maglia dell’Arsenal, la società ha deciso di intervenire con il pugno duro ed ha stilato e pubblicato una rigidissima lista di tutte le parole proibite che non dovranno più risuonare a Liverpool, sponda Red. E lì dentro c’è finito proprio di tutto. “Il club auspica di sconfiggere ogni genere di comportamento discriminatorio dentro e fuori dal campo. Ecco le parole che riteniamo inaccettabili”. E giù una serie di parolacce, espressioni e forme gergali rigidamente suddivise per tema e materia. Accanto agli insulti veri e propri, alle cafonerie assortite ed agli epiteti razzisti ed omofobi ci sono finite pure espressioni border-line che, forse, sembrano entrarci poco.

Ad esempio, nell’ambito dei termini ritenuti offensivi nell’ambito di ‘razza e religione’ rientra anche la parola ‘Pikey’, termine difficile da rendere in italiano il cui significato è a metà tra ‘pezzente’ e ‘vagabondo’, inteso come privo di radici, senza storia. Detto tra noi è tra le offese preferite nei concitati confronti tra tifosi, specialmente in un mondo calcistico, come quello inglese, dove la cultura, la storia ed il retaggio della propria squadra è più importante della sua contingente posizione in classifica.

E’ poi oltremodo curioso il fatto che, mentre in Italia è stata trasformata in una delle parole d’ordine dei fautori dell’integrazione e della lotta al razzismo, all’Anfield Road non si potrà dire più nemmeno ‘meticcio’ (bandito il termine arcaico e quasi obsoleto half-caste, retaggio della dominazione di sua maestà britannica nella misteriosa India dei bramini).

Fanno sorridere, poi, alcune delle espressioni catalogate come offese sessiste sotto il paragrafo dedicato agli insulti classificati di ‘Genere’: ai calciatori pigri ed indolenti, in Inghilterra, patria del football oltre il 90esimo e proprio a Liverpool, la tifoseria più ‘esigente’ di tutto il reame, non si potrà più dire: “Giochi come una femminuccia” (‘play like a girl’) oppure “Fate gli uomini” (Don’t be a woman). Più che insulti appaiono provocazioni intese a spronare l’orgoglio di chi non sta onorando la maglia, o no?

Ma non è tutto: se politicamente corretto ha da essere che sia fino alla fine: stop anche al termine dispregiativo che indica, nel gergo popolare e poco educato, le lesbiche (lezzer, tanto per la cronaca). Negli stadi italiani ‘sta parola non è che si sia mai sentita. Che, una volta tanto, il Bel Paese sia ‘avanti’ rispetto alla perfidamente civile Albione?

Un’altra perla – ma solo per il confronto con la ‘nostra’ Italia – infine,  si trova nel capitolo dedicato alle ‘disabilità’. Non si potrà più nominare la parola ‘Midget’ (nano) invano Si trattasse anche di Berlusconi o Brunetta: il Liverpool si dissocerebbe immediatamente. E pensare che in Gran Bretagna ci hanno chiamato un’auto così…

Adesso, però, mettiamo le cose in chiaro, di nuovo: nessuno qui vuole difendere la cafoneria o l’insensibilità. Figuriamoci poi razzisti, sessisti e bestiari vari senza i quali – diciamocela tutta –  non avrebbero alcuna ragione di esistere beghine e sacrestani del politicamente corretto. Ma da qui a scrivere la lista dei termini proscritti ce ne corre. Anche perché come si farà ad applicare questa norma? Se uno scostumato, invece che urlare da cafone, pronuncia uno dei termini ingiuriosi a voce bassa, in modo solo da farsi sentire dall’amico che gli è vicino? E poi, come si fa a capire, in uno stadio gremito da migliaia e migliaia di tifosi provenienti praticamente da tutto il mondo chi ha urlato la parolaccia? E se l’epiteto viene pronunciato in una lingua straniera? Ci sarà un traduttore in grado di assicurare, in tempo reale, il biasimo del club? E infine, dato che la nota del club recita “dentro e fuori lo stadio”, quale sarà il raggio d’azione dell’imposizione societaria? Chissà che non tornino di moda quei cartelloni neri,  antemarcia “Qui è vietato il turpiloquio” che caratterizzavano i locali ‘borghesi e reazionari’ dell’Italia che fu. Però, la strana, singolare e paradossale iniziativa del Liverpool, in fondo, finisce per farci ridere a crepapelle. Tra ‘nani’ e ‘meticci’ quasi tutti i politici italiani finirebbero col Daspo.

@barbadilloit

Di Giovanni Vasso

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