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Cultura. Antonio Machado il paesaggio estivo e la solitudine del poeta

Pubblicato il 15 agosto 2013 da Sandro Marano
Categorie : Cultura

CisterninoTrulli.04La solitudine del poeta si specchia nel paesaggio estivo, lo induce a meditare sul destino mortale degli uomini, sulla vanità delle loro imprese. Così il poeta Antonio Machado in Soledades (1907) canta il paesaggio dell’Andalusia che è così simile a quello pugliese e medita con accenti che ricordano Pascal:

“Era una sera di luglio luminosa e polverosa.

Andavo per la mia strada,

nel solitario crepuscolo della campagna assorto.

E pensavo: bella sera, nota della lira immensa,

tutto sdegno e armonia; bella sera, tu allevi la povera malinconia

di questo angolo vano, oscuro angolo che pensa.

Sotto le luci del ponte scorreva l’acqua ondeggiante…

E gli ultimi rossori coronavano le colline

macchiate di ulivi grigi e di nerastre querce.

Camminavo annoiato, sentendo l’antica angoscia che fa il cuore pesante.

 (…)

Che è questa goccia nel vento

che urla al mare: sono il mare?” 

Questi ultimi due versi rimangono scolpiti nella mente e nel cuore, sembrano riassumere il mito greco di Fetonte, la saggezza dell’Ecclesiaste e la consapevolezza del moderno ecologista. L’uomo spesso si pone davanti alla natura vivente con un atteggiamento di superbia e di sfida, per il proprio tornaconto avvelena i mari, le terre, le falde freatiche, distrugge le foreste, ignora i limiti (anche quelli demografici) e poi si meraviglia dei disagi, delle malattie, della potenza distruttiva della natura…

Di Sandro Marano

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