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Politica. I referendum radicali sulla giustizia: sei quesiti per una giusta riforma

Pubblicato il 12 agosto 2013 da Marina Simeone
Categorie : Politica

referendum-2-2Per una giustizia giusta si può ancora combattere e si deve ancora combattere, con l’ausilio dell’informazione e del cavillo giuridico e dell’ etica del diritto. Il pacchetto giustizia del prossimo referendum è una strada possibile, a cui la pericolosità di annullamento della decisione popolare, delusione frequente, non toglie importanza.

Preso a prestito il volto delle battaglie di sempre contro gli errori di giudizio, il canuto Enzo Tortora con accanto la nuova leva dell’abuso giudiziario Stefano Cucchi, una storia ancora non chiusa, si vuol propagandare innanzitutto una necessità imminente: fare divenire questa giustizia maggiormente giusta e finalmente equa.

I quesiti sono sei, i primi due si occupano della responsabilità civile dei magistrati. L’Italia è l’unico Paese europeo in cui vegeta un regime di totale insindacabilità dell’operato dei magistrati e mentre un qualsiasi professionista incorre nel pericolo del reato, per un magistrato non è riconosciuta la responsabilità “di interpretazione di norme di diritto né quella di valutazione del fatto e delle prove”, come non sono previsti risarcimenti pecuniari.

Il terzo quesito è un sì abrogativo per riportare i giudici nei tribunali e smaltire l’enorme carico di lavoro accumulato, limitando le scoperture di organico. Fuori ruolo è il magistrato che, favorito dalla sorte, sale i gradini del potere ed entra in politica, dando il via a quella carriera parallela, lautamente remunerata e associata al 25% di uno stipendio da giudice, per un’attività non garantita allo Stato. L’accumulo di processi, spesso destinati a divenir carta straccia per prescrizione, sarebbe con il reintegro dei fuori ruoli, ampiamente smaltito.

Una revisione procedurale è al quesito quattro, il quale discute dell’abuso della custodia cautelare.

Le percentuali – diffuse dai Radicali e da libere associazioni che si occupano di giustizia – dimostrano l’estrema facilità con la quale si ricorre alla custodia cautelare, pensata per ovviare ai pericoli di fuga, inquinamento prova e reiterazione.  Alla richiesta del Referendum fanno eccezione ovviamente i casi gravi di reato, per cui la pericolosità è accertata e la sicurezza del cittadino messa seriamente in discussione.

Al quesito cinque il tema dell’ergastolo, su cui l’Italia discute da tempo ed arriva in ritardo nella riconsiderazione della detenzione a vita, in riferimento a molti Paesi europei. Il carcere non ha una funzione punitiva e vendicativa, nasce invece per rieducare il cittadino che viola le regole e reinserirlo, emendato, nella comunità; la sicurezza è garantita da questo atteggiamento non persecutorio, secondo il quale non c’è l’esigenza di murare vivo un detenuto, di costringerlo ad una pena di morte ad occhi aperti, su cui il garantismo negli anni ha tentato di far luce, stimolando e sostenendo scelte di civiltà in difesa non del libertinaggio, ma della diritto.

E giungiamo al termine di un lungo percorso nella giustizia italiana: la separazione delle carriere. Il sesto quesito abrogativo completa definitivamente i precedenti, sostenendo il principio di terzietà, previsto dall’articolo 111 della Costituzione Italiana, affinché sia riconsiderato il passaggio da questioni giudicanti a questioni requirenti e viceversa. Il sì risolleva soprattutto una questione etica, rigorosamente rincorsa dal ruolo del magistrato ed ultimamente declassata nell’ordine di interesse, come denunciato dall’ex magistrato Luigi Ferrajoli all’ultimo congresso di Magistratura Democratica a Roma. Quando è la credibilità di un’intera magistratura ad essere messa in discussione – ha sostenuto Ferrajoli – è opportuno, prima di snaturarsi completamente, riconsiderare i limiti e le forme di un impegno e di una scelta.

@barbadilloit

Di Marina Simeone

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